Saturday, December 20, 2008

Italiani indigenti all’estero: una triste realta’ dimenticata

“Caro Max ma perche’ non parli piu’ degli emigrati indigenti? Sono passati di moda?” mi chiede il mio lettore da Austin, Texas, USA. No caro lettore non sono passati di moda, non sono mai stati di moda. Al contrario l’Italia non ne vuole sapere. Ma bisogna parlarne perche’ sono cittadini italiani a tutti gli effetti. E oggi vi parlero’ di uno che conosco bene, una persona tanto buona quanto sfortunata.
Dani e’ una persona che ha avuto tante disavventure ma la cosa incredibile e’ il finale della storia e come l’assoluta assenza di interventi delle autorita’ italiane lascia questo nostro connazionale vivere in una favela di Salvador de Bahia. Che, al contrario di quelle di Rio de Janeiro, e’ caratterizzata dalla assoluta assenza di condizioni sanitarie basiche (servizio di scolo di liquami), di strade, di sicurezza basica, insomma in una parola di tutto cio’ che oggigiorno a torto o a ragione viene definito di civilizzazione. Ma andiamo con ordine e raccontiamo per sommi capi la storia di questo nostro connazionale abbandonato da tutto e da tutti a Salvador de Bahia.

Dani non e’ uno sbandato o una persone senza formazione professionale. Al contrario e’ un cameramen professionista che ha lavorato per la Rai, per varie imprese di Milano (sua citta’ di origine) dove ha fatto spot di successo per imprese anche famose. Una persona che guadagnava bene con uno stile di vita non elevatissimo ma neanche di basso livello. Dani aveva un debole per il Brasile ed in particolare per la Bahia dove era stato in viaggio in passato. Un’ altro italiano innamorato de Brasile direte voi miei cari lettori. Probabilmente e’ vero.

La vita in Brasile e’ cosi’ differente da quella in Italia che a volte sembra di essere in un altro pianeta. Purtroppo pero’ le cose piu’ spiacevoli e meno veritiere sul Brasile si scoprono dopo, non quando si viene come turista ma quando si viene a vivere qui. E poi se si viene nel Nordest del Brasile si vive una realta’ a sua volta completamente differente da quella di Sao Paolo o Rio de Janeiro. Qui la vita e’ apparentemente molto piu’ bella e disinibita, in realta’ molto piu’ dura e difficile per chi non ha “i soldi”. Quello dappertutto direte voi lettori. E’ vero, ma qui e’ molto piu’ vero.
Perche’ senza “i soldi” non si riesce a vivere semplicemente perche’ non c’e’ lavoro per uno straniero, ad eccezione quello di professore saltuario di lingua. Avere buone qualificazioni molto spesso non e’ sufficiente perche’ l’ ambiente sociale di livello e’ virtualmente chiuso per chi vuole valorizzare le sue conoscenze. Senza avere cio’ che veramente conta, “i contatti”.
Con il risultato che chi non porta un capitale per cominciare e va a Bahia non ha praticamente possibilita’ di trovare un lavoro qualificato, a meno che non l’abbia trovato prima di arrivare. Arrivare senza soldi e senza un lavoro contando solo con un buon curriculum significa rischiare seriamente di finir male.
Risultato: nonostante il buon curriculum Dani ha trovato a Bahia solo lavori saltuari dando lezioni private di italiano. Paga misera ma ancora un po’ decente.
Ma questa della paga e’ stata solo uno dei problemi e nemmeno il maggiore.
I problemi veri sono stati altri. Dani sembra essere un enciclopedia di casi sfortunati. E’ sposato e separato da una moglie con due figli. Ha avuto un altro figlio con un altra donna che si e’ rivelata una approfittatrice che per “spremergli” soldi e’ fuggita con il figlio che ha lasciato con la nonna che vive in una favelas nell’interno dello stato. Qui il figlio di Dani vive con altri figli, anche loro abbandonati dalle loro madri, a loro volta tutte figlie della nonna che ha insegnato alle figlie il “mestiere” di rimanere incinte per partorire e poi spremere soldi ai loro padri. Purtroppo i bambini vivono in condizioni che per un italiano sarebbero considerate disumane ma che nell’interno dello stato di Bahia non sono considerate poi cosi’ anormali.
Dani mi aveva chiesto se pubblicizzando il suo caso in Italia c’era la possibilita’ per lui avere assistenza legale qui in Brasile. Io gli avevo spiegato che la sensibilita’ verso gli italiani all’estero oggigiorno e’ cosi’ bassa da essere livello zero. Speranze nulle praticamente. Lui era disperato. Per un uomo di piu’ di 40 anni rassegnarsi a lasciare il figlio in quella situazione era un dolore indicibile. In Brasile qualunque azione legale per togliere i figli alla madre e’ quasi certamente destinata ad essere persa. In questo modo la madre guadagna la guardia legale del figlio e la tanto sospirata “grana”, gli alimenti del padre. Non e’ una regola ma quando la condizione sociale della madre e’ molto debole cio’ che e’ accaduto a Dani non e’ improbabile, anzi.
Ma la sfortuna di Dani non e’ finita qui, anzi. Dani viveva in un palazzo di classe bassa al centro di Salvador. Le difficolta’ finanziarie per sostenere i costi della causa erano troppo grosse per poter rimanere a vivere al centro. Si e’ cosi’ trasferito in una favela del Contorno vicino al centro (Campogrande). E qui una serie incredibile di casi sfortunati hanno fatto precipitare la sua situazione. Si e’ tagliato un piede camminando su una pietra aguzza nel mare e dopo qualche tempo ha avuto un incidente e ha battuto la testa. La ferita al piede si e’ infetta e insieme a quella alla testa ha provocato una infezione generalizzata in tutto il corpo. E’ stato internato all’ospedale con pericolo di vita. Quanto e’ tornato alla “casa” nella favela gli avevano rubato tutto. In piu’ per mantenersi ha continuato a dare lezioni di italiano ma il camminare gli ha provocato l’apertura della ferita al piede e una nuova infezione. Di nuovo l’ospedale.
La cosa tragica e’ che non ha un soldo. Se va a lavorare la ferita’ si infettera’ di nuovo e rischia la vita. Se non va, muore di fame. L’ho visitato nella favela. La sua “casa” cui si arriva tramite una strada tortuosa sul mare e’ una stanza semplice da pranzo piu’ un’altra separata da uno straccio che funge da separe’. Li’ un rozzo letto coperto da stracci e’ dove Dani dorme insieme ad altri 4 o 5 persone della favela. Chiunque in qualunque momento puo’ entrare in casa, rubare tutto ed andarsene. Chiunque puo’ ammazzare chiunque, mettergli una pietra al collo e gettarlo nel mare e mai sara’ trovato. Topi e liquame a cielo aperto. Le persone fanno i propri bisogni nel mare.
“Ma non hai chiesto aiuto a nessuno?” gli ho chiesto mentre occhi furbi da finestre e dai cespugli della favela spiavano ogni mio movimento. “Certo, ma mia madre mi ha detto che non vuole saperne. Stesso discorso per gli amici e conoscenti. Il consolato poi e’ inutile parlarne”. E aggiunge “ora sono qui e non ho nemmeno 10 reais (meno di 4 euro) per mangiare e mi sento gia’ molto debole”. “Ma perche’ non te ne vai?” gli chiedo e lui: “e dove? Senza un soldo, con il piede tagliato. E poi i miei figli sono a Bahia, se me ne vado non li vedro piu’”.
Lasciatemi dire una cosa: il fatto che un cittadino italiano si trova in situazione come questa descritta e’ una autentica vergogna. Gli indigenti italiani all’ estero sono una drammatica e attualissima realta’. E questa storia che mangiano a sbafo dell’Italia e’ abominevole.
Prima di andamene Dani mi chiama. “Ti do il numero di telefono di mia madre. Cosi’ se muoio faglielo sapere. E’ giusto cosi’” mi dice senza rancore, anzi con amore per la propria madre.
E con una piccola lacrima che spunta dal mio volto, gli rispondo “Non ti preoccupare, ciao.”

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