Saturday, January 9, 2010

L’ emigrazione dura degli italiani in Bahia

“Vai la’ in Brasile. Ti pagano il viaggio.Ti danno casa, 2 mucche, 40 ettari di terra, trattori, tutto.” Ed il contadino, reduce dalla durissima guerra mondiale, che era poverissimo ma con tanti figli, senza prospettive, senza futuro, abboccava.
La mamma Italia cacciava i suoi figli. Quando mai si e’ visto che una madre, in una situazione di grande difficolta’, incoraggia i suoi figli ad andare via, per sempre? Che mamma e’ questa? L’ Italia del dopoguerra, anni ‘50.
“E’ una storia vecchia Max, nessuno la vuole piu’ sentire, e’ noiosa, ma si deve raccontare perche’ e’ la storia della nostra vita. Si vive una volta sola e a me hanno tolto la vita, hanno tolto il diritto di vivere nella mia patria”. Cosi’ parla il mio amico Antonio, di Itirucu, citta’ dell’interno dello stato di Bahia.

Per arrivare li’ si passa per una strada pericolosissima. Su 5 viaggi su quella strada 3 incidenti, l’ultimo davanti ai miei occhi. L’autista dell’ autotreno ha perso il controllo del mezzo, un colpo di sonno e ha invaso l’altra carreggiata. Per miracolo l’autotreno che arrivava in direzione opposta ha evitato lo scontro frontale ed il conducente dell’ autobus dov’ ero ha rallentato improvvisamente evitando lo scontro.
E allora sono ancora qui a raccontare la storia di Antonio.

“Quando me ne sono andato dalla cittadina vicino Pescara dove vivevo nel ’50, si viveva con il bagno fuori di casa. Ma c’era la luce, la corrente elettrica, le strade, l’acqua potabile e trattori per arare la terra. Quando sono arrivato qui a Itirucu non c’era niente. Solo mata (foresta). Ne’ acqua ne’ casa, ne’ luce, niente.
Siamo tornati indietro 50 – 100 anni nel tempo. Abbiamo dovuto disboscare, lavorare la terra, a volte improduttiva, a volte a mani nude, con le unghie. Qui in Brasile non conoscevano l’ insalata, il pomodoro, tutti i prodotti tipici dell’agricoltura italiana. Abbiamo dovuto prendere l’acqua e le donne caricavano per kilometri i secchi d’ acqua sulla testa fino a quando abbiamo trovato l’ acqua vicino casa e fatto i pozzi.”

“E’ stato durissimo, disumano. Non abbiamo avuto opportunita’ di studiare, una cosa che mi e’ dispiaciuto molto. Il migliore qui ha la quinta elementare.

L’ Amerika, quella dei sogni, delle promesse a Pescara, si e’ rivelata per quello che era: ci hanno buttato via, espulsi dall’ Italia.” “Ma”, dico io, “in Italia dicono che e’ stata una vostra scelta, che nessuno vi ha caricato a forza sulla nave per emigrare”.

“Ma dimmi tu Max, che doveva fare mio padre: morto di fame, tanti figli e il sogno della terra gratis? Ha fatto bene, anch’io avrei fatto lo stesso. Ma poi qua a Itirucu abbiamo visto che la realta’ era molto differente”.

“Ora vieni tu e mi dici che l’Italia e’ interessata a noi, quei figli che 60 anni fa ha abbandonato. Ma tu, se fossi in me ci crederesti?”.

“Ma sai qual’e’ la vendetta del destino caro Max? E’ che ora l’ Italia ha lo stesso problema del passato al contrario, di flussi di immigrati dall’ Africa, dagli altri paesi. E lei, che ha espulso i suoi figli, deve accogliere i figli degli altri, e non puo’ non farlo, perche’ lei stessa e’ un paese di emigrati, non puo’ puo’ discriminare gli emigrati degli altri. Bella ironia no?”
E a te caro lettore giro la domanda di Antonio di Itirucu, italiano di Bahia, Brasile.