Il paradosso dello “Straniero in Patria” tra Reais, Euro e silenzi istituzionali.
di Max Bono
Esiste un momento preciso in cui l’orgoglio di essere italiani si scontra con la fredda realtà del distacco. È quel momento in cui, atterrato a Fiumicino, smetti di essere una risorsa per diventare, agli occhi del tuo stesso Paese, un bancomat o, peggio, un fastidio.
Nel 2013, mentre camminavo per le strade di Roma e Fiuggi, scrissi dei versi che oggi, nel 2026, risuonano con una forza profetica amara:
“Italiano all'estero, straniero in patria... gente senza ingegno usa il nostro nome per arricchirsi, quelli che ci chiamavano si nascondono nell'ombra ora.”
Il paradosso economico: Il cambio che uccide la dignità
C’è un’ipocrisia di fondo che nessuno ha il coraggio di denunciare. Quando torniamo in Italia, veniamo trattati come turisti facoltosi. Ci chiedono prezzi in Euro basati su stipendi europei, ignorando con arroganza che molti di noi lottano con il cambio in Reais.
Vivere in Brasile e mantenere una famiglia significa fare i conti con una realtà dove il valore del lavoro viene eroso ogni giorno dal mercato valutario. Eppure, per il commerciante di Roma o l'albergatore del Gargano, siamo "quelli che ce l'hanno fatta", quelli a cui si può chiedere il massimo mentre ci offrono il minimo della considerazione. Siamo concittadini per il dovere (le tasse, la burocrazia), ma stranieri per il diritto.
Il "Diaframma" di Fiuggi e il silenzio dei Parlamentari
Ricordo bene la sensazione di "repulsione" che denunciai a P. Abbati anni fa. Quell’indifferenza che non era dettata dalla crisi, ma da una volontà antica: espellere chi non aderisce al coro.
Abbiamo eletto parlamentari che, un minuto dopo lo spoglio, hanno staccato la spina del telefono. Le email rimangono senza risposta, i problemi reali delle nostre comunità a Salvador o Ilhéus diventano rumore di fondo nelle stanze del potere romano. Come scrissi allora: “Ci hanno dimenticati ancora una volta, espulsi di nuovo senza pietà.”
Perché hanno paura di noi?
L’Italia ha paura dei suoi figli all’estero perché siamo lo specchio del suo fallimento. Siamo quelli che hanno avuto il coraggio di cercare altrove ciò che la patria negava. Siamo portatori di una visione globale, di una capacità di adattamento che spaventa chi vive di "individualismo localista".
Ma il destino ha una sua ironia. Mentre l’Italia invecchia e si chiude, noi — attraverso reti come Cicero — continuiamo a costruire ponti.
Conclusione: Non siamo più soli
Oggi, festeggiando i 17 anni di Cicero, dico a tutti voi: non accettate di essere "stranieri in patria". La nostra solitudine del passato è diventata la nostra forza collettiva. Se le istituzioni ci vedono come bancomat, noi ci vedremo come architetti di un'Italia nuova, transnazionale e solidale.
L’Italia dovrà prima o poi confrontarsi con il suo passato di espulsioni e barche di fortuna. Nel frattempo, noi continuiamo a camminare a testa alta, tra Salvador e Roma, sapendo chi siamo, anche se loro preferiscono dimenticarlo.
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