domenica 30 agosto 2026

DAZN A ME PIACE SOLO IL ROSSETTO ROSSO FUOCO

Vuoi vedere le partite della tua squadra del cuore?

Vuoi vedere solo quelle?

Vuoi pagare il giusto prezzo?

Mi dispiace.

Sembra che non sia possibile.

E da tifoso, da consumatore e da cittadino, una domanda me la pongo:

ma questa sarebbe davvero una scelta di mercato?

No? Non ci credi?

Leggi qua.

Per spiegare come la visione dello sport più popolare del pianeta possa trasformarsi in un percorso commerciale degno di Kafka, useremo un paragone molto semplice.

Come diceva il mio vecchio professore di liceo:

“Mio caro Max, se vuoi spiegare cose complicate, sii semplice. Molto semplice.”

E io ci proverò.


IL ROSSETTO ROSSO FUOCO

Supponiamo che io sia una donna a cui piace usare il rossetto.

Tra tutti i prodotti, è quello a cui non rinuncio mai.

Ma non tutti i rossetti.

Uno in particolare.

Il rossetto rosso fuoco.

Passionale come me.

Ora però sorge un problema.

Supponiamo che io mi trovi in una città dove il rossetto rosso fuoco sia venduto attraverso un numero molto limitato di offerte.

La cosa peggiore, però, è un'altra.

Se voglio comprare il rossetto rosso fuoco non posso semplicemente comprarlo.

Devo comprare una scatola con 20 variazioni di rossetti.

Ma se a me piace solo il rosso fuoco, perché devo comprare anche il rossetto viola, nero, bianco e altri diciassette colori?

Non c'è una risposta convincente.

L'offerta è questa.

Prendere o lasciare.

Quindi compro il mio rossetto rosso fuoco e pago anche per altri diciannove rossetti che probabilmente non userò mai.

A questo punto penso:

ma possibile che non esista un modo più semplice per comprare quello che voglio?


ARRIVA LA GRANDE NOVITÀ: LA SCELTA

Dopo qualche tempo arriva la grande novità.

Ora ci sono due negozi.

Il primo propone:

  1. Il rossetto rosso fuoco garantito a 30 euro.
  2. Un pacchetto di 3 rossetti a 14 euro.
  3. Un pacchetto di tutti i 20 rossetti a 37 euro.

Il secondo negozio propone un pacchetto di 3 rossetti a 16 euro.

E qualcuno mi dice:

“Vedi? Ora puoi scegliere. C'è concorrenza.”

Fantastico.

Allora compro il pacchetto più economico da tre rossetti.

Va bene, penso.

Ne butterò due.

Ma almeno avrò il mio rossetto rosso fuoco.

E invece no, mio caro lettore.

È qui che arriva la fregatura.

O meglio, diciamola in modo più elegante:

è qui che il consumatore scopre che la scelta non era esattamente quella che sembrava.

Perché non avevo letto bene la definizione del pacchetto.

C'è scritto:

Tre rossetti.

Non:

Tre rossetti tra cui il rossetto rosso fuoco.

Il che significa che, quando il mio rossetto rosso fuoco finisce, devo comprare una nuova scatola.

Ma nella nuova scatola il rossetto rosso fuoco potrebbe non esserci.

La compri al buio.

La prima volta magari c'è.

La seconda volta magari no.

E se hai fatto un piano mensile per pagare meno, potresti scoprire che il prodotto che ti interessa davvero non è più garantito.


E ALLORA CHE FAI?

A questo punto hai una scelta.

Se vuoi la certezza del rossetto rosso fuoco, puoi passare al piano più caro.

Da 14 euro a 30 euro.

Oppure qualcuno ti dice:

“Ma scusa, per soli 7 euro in più puoi avere 20 rossetti invece di uno.”

Così puoi anche sperimentare qualcosa di nuovo.

Che fai?

Non li prendi?

Ed ecco il meccanismo.

Il consumatore che vuole una cosa precisa si trova davanti a una scala di prezzi che rende sempre più conveniente comprare molto di più di quello che gli serve.

Alla fine può essere spinto verso il pacchetto più grande.

Non perché voglia davvero venti rossetti.

Ma perché il sistema rende economicamente molto difficile volerne soltanto uno.

E la concorrenza?

Bella domanda.

Perché il concorrente offre lo stesso pacchetto di tre rossetti a 16 euro, cioè più caro dei 14 euro del primo negozio.

E soprattutto, anche lì, il rossetto rosso fuoco non è necessariamente garantito.

Dal punto di vista del consumatore, quindi, la scelta reale continua ad essere piuttosto limitata.


FACCIAMO DUE CALCOLI

Con il rossetto rosso fuoco garantito pago:

30 euro per un rossetto.

Con il pacchetto da 20 rossetti pago:

37 / 20 = 1,85 euro per rossetto.

Facciamo ora il confronto:

30 / 1,85 = 16,22

Quindi il rossetto garantito costa oltre 16 volte di più del prezzo unitario di un rossetto nel pacchetto da venti.

Naturalmente nessuno è obbligato a comprare il pacchetto più costoso.

Ma questa non è la domanda.

La domanda è:

Perché il consumatore che vuole soltanto un prodotto specifico deve pagare una differenza così enorme rispetto a chi accetta di comprare un pacchetto di prodotti che magari non userà mai?

Ed ecco il punto.


BENVENUTI NEL MONDO DEL TIFOSO ITALIANO

Ora sostituite il rossetto rosso fuoco con:

la partita della vostra squadra del cuore.

Il pacchetto da tre rossetti con:

un'offerta che vi permette di vedere alcune partite, ma non vi garantisce necessariamente sempre quelle che volete.

E il pacchetto da venti rossetti con:

l'abbonamento più completo.

Ecco.

Ora capite meglio in quale situazione può trovarsi il tifoso italiano che vuole semplicemente vedere la domenica la propria squadra del cuore.

Non tutto.

Non venti rossetti.

Solo il rossetto rosso fuoco.

Il problema, secondo me, non riguarda soltanto una singola piattaforma.

Riguarda il modo in cui sono costruiti i diritti sportivi, gli accordi commerciali, i pacchetti e le possibilità di scelta offerte al consumatore.

E allora la domanda finale non è:

“Qualcuno sta facendo qualcosa di illegale?”

Quella è una domanda che spetta eventualmente alle autorità competenti.

La mia domanda è molto più semplice.

E forse anche più fastidiosa:

Questo sistema sta davvero offrendo al consumatore una scelta reale?

Perché, dal punto di vista del tifoso che vuole vedere soltanto la propria squadra, la risposta sembra molto meno scontata.

E se per vedere la tua squadra del cuore devi comprare diciannove rossetti che non vuoi...

forse qualche domanda dovremmo cominciare a farcela.

Io, personalmente, continuo a volere solo il rossetto rosso fuoco.


MISTERO DI BAHIA


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sabato 29 agosto 2026

Want to Watch Milan? Pay for Everything.

Brussels should ask: is this really consumer choice?

By Max Bono

European regulators like to talk about competition.

More providers. More packages. More choice.

But football fans should ask a much simpler question:

Can I actually buy what I want to watch?

Take an AC Milan supporter.

I don't want three random Serie A matches every weekend.

I want Milan.

And this is where the supposed consumer choice in modern football broadcasting starts to look very different from real choice.

Three games are not three games of your choice

A cheaper package may offer three Serie A matches per matchday.

Sounds like a choice.

But the supporter does not choose the three matches.

The broadcaster does.

For a neutral football viewer, that might be enough.

For a Milan fan, three matches involving other clubs can be almost worthless.

Because Inter–Torino is not a substitute for Milan–Juventus.

Football supporters do not consume football like interchangeable products.

The real product is not simply:

Serie A.

The real product is:

My team.

And if the cheaper package cannot guarantee access to Milan, the Milan supporter faces a problem.

The “personalised” alternative is hardly an alternative

There is, of course, a team-specific product: MyClubPass.

At first sight, that sounds like exactly what consumers should want.

A Milan fan can buy Milan.

Problem solved?

Not really.

Because if a pass allowing you to watch only one team costs almost as much as the Full Pass giving access to everything, the consumer is presented with a rather strange form of choice.

You can pay almost the full price to watch one team.

Or pay slightly more and watch everything.

The economically rational choice is obvious.

Buy the Full Pass.

And that is the real problem.

The system does not need to force a Milan fan to buy the Full Pass. It only needs to make every alternative economically irrational.

On paper, there are different products.

In practice, they all lead in the same direction.

The most expensive package.

Football is not Netflix

Imagine Netflix worked this way.

You subscribe to a cheaper package.

Every week, Netflix chooses three films for you.

You cannot choose them yourself.

Or you can pay almost the full Netflix price to watch only one television series.

For a little more money, you get the entire platform.

Nobody would call that meaningful consumer choice.

Netflix's value proposition is simple:

You choose what you watch.

Football streaming has increasingly reversed that logic.

The technology is perfectly capable of delivering personalised content.

But the consumer is still asked to adapt to packages designed around the commercial interests of rights holders and broadcasters.

The fan wants Milan.

The market says:

Here are three games we selected.

Or:

Pay almost the full price for Milan alone.

Or:

Pay a little more and buy everything.

That is not genuine personalisation.

It is a pricing ladder.

Where is Brussels?

This is the question I would like the European Commission's competition authorities to consider.

The competition debate around football broadcasting has traditionally focused on the relationship between powerful companies:

  • who wins the broadcasting rights;
  • whether exclusivity restricts competitors;
  • whether telecommunications companies can distribute competing services;
  • whether commercial agreements reduce competition.

These questions are important.

Italian competition authorities have already intervened against aspects of the previous TIM–DAZN agreement, finding competition problems connected to restrictive clauses.

So concerns about competition in football broadcasting are hardly imaginary.

But perhaps Brussels is asking only half the question.

European competition policy asks:

Are the companies competing?

Consumers should also ask:

Am I actually able to choose?

Those are not the same thing.

A market can have several packages.

Several broadcasters.

Competitive auctions.

And still leave the individual consumer with virtually one economically rational choice.

The three-game illusion

This is why the argument about “three games available” deserves much closer scrutiny.

Three games are meaningful only if they are the games the consumer wants.

For a Milan supporter, three randomly selected Serie A matches are not necessarily a cheaper alternative to following Milan.

They are a different product.

And when the team-specific alternative costs almost as much as the complete package, the supposedly personalised choice loses much of its economic meaning.

The supporter is left with an uncomfortable reality:

Pay less and risk missing the team you support.

Or:

Pay almost the full price for one team.

Or:

Pay slightly more and buy everything.

That is technically choice.

But is it meaningful choice?

That is a question regulators should be asking.

Competition should mean more than counting packages

Europe has become increasingly concerned about digital gatekeepers, consumer lock-in and platforms that become unavoidable gateways between customers and the products they want.

Football broadcasting deserves the same intellectual attention.

Because a broadcaster does not need to control all football to become unavoidable for a particular supporter.

It only needs to control the football that supporter cares about.

For me, as a Milan fan, the relevant product is not 380 Serie A matches.

It is Milan.

And if every cheaper option either fails to guarantee Milan or costs almost as much as the Full Pass, then the number of packages available becomes largely irrelevant.

Three games are not freedom if you cannot choose them.

A team-specific pass is not a genuine alternative if it costs almost as much as everything.

And a market should not automatically be described as consumer-friendly simply because it offers several different buttons on a pricing page.

The real question for Brussels

The European Commission does not need to declare DAZN an illegal monopoly to examine this problem.

That is not the point.

The more interesting question is much simpler:

Can a market genuinely be considered competitive from the consumer's perspective when the cheaper options do not deliver the product the consumer actually wants, and the personalised option costs almost as much as the complete package?

For regulators, competition may be measured in broadcasters, rights auctions and packages.

For football supporters, it is measured differently.

Can I watch my team?

Can I choose the matches I pay for?

Can I buy only what I actually want without paying almost the same price as everything?

Until those questions have convincing answers, football fans should be careful when they hear the word choice.

Because sometimes three packages are not three choices.

Sometimes they are simply three different roads leading to the same expensive destination.

The Full Pass.

venerdì 17 aprile 2026

Perché l’Italia ha paura dei suoi figli all’estero?

 

Il paradosso dello “Straniero in Patria” tra Reais, Euro e silenzi istituzionali. 
di Max Bono 

Esiste un momento preciso in cui l’orgoglio di essere italiani si scontra con la fredda realtà del distacco. È quel momento in cui, atterrato a Fiumicino, smetti di essere una risorsa per diventare, agli occhi del tuo stesso Paese, un bancomat o, peggio, un fastidio. 
Nel 2013, mentre camminavo per le strade di Roma e Fiuggi, scrissi dei versi che oggi, nel 2026, risuonano con una forza profetica amara: “Italiano all'estero, straniero in patria... gente senza ingegno usa il nostro nome per arricchirsi, quelli che ci chiamavano si nascondono nell'ombra ora.” 


 Il paradosso economico: Il cambio che uccide la dignità 

C’è un’ipocrisia di fondo che nessuno ha il coraggio di denunciare. Quando torniamo in Italia, veniamo trattati come turisti facoltosi. Ci chiedono prezzi in Euro basati su stipendi europei, ignorando con arroganza che molti di noi lottano con il cambio in Reais. Vivere in Brasile e mantenere una famiglia significa fare i conti con una realtà dove il valore del lavoro viene eroso ogni giorno dal mercato valutario. Eppure, per il commerciante di Roma o l'albergatore del Gargano, siamo "quelli che ce l'hanno fatta", quelli a cui si può chiedere il massimo mentre ci offrono il minimo della considerazione. Siamo concittadini per il dovere (le tasse, la burocrazia), ma stranieri per il diritto. 

Il "Diaframma" di Fiuggi e il silenzio dei Parlamentari 

Ricordo bene la sensazione di "repulsione" che denunciai a P. Abbati anni fa. Quell’indifferenza che non era dettata dalla crisi, ma da una volontà antica: espellere chi non aderisce al coro. Abbiamo eletto parlamentari che, un minuto dopo lo spoglio, hanno staccato la spina del telefono. Le email rimangono senza risposta, i problemi reali delle nostre comunità a Salvador o Ilhéus diventano rumore di fondo nelle stanze del potere romano. Come scrissi allora: “Ci hanno dimenticati ancora una volta, espulsi di nuovo senza pietà.” 

Perché hanno paura di noi? 

L’Italia ha paura dei suoi figli all’estero perché siamo lo specchio del suo fallimento. Siamo quelli che hanno avuto il coraggio di cercare altrove ciò che la patria negava. Siamo portatori di una visione globale, di una capacità di adattamento che spaventa chi vive di "individualismo localista". Ma il destino ha una sua ironia. Mentre l’Italia invecchia e si chiude, noi — attraverso reti come Cicero — continuiamo a costruire ponti. 

 Conclusione: Non siamo più soli 

Oggi, festeggiando i 17 anni di Cicero, dico a tutti voi: non accettate di essere "stranieri in patria". La nostra solitudine del passato è diventata la nostra forza collettiva. Se le istituzioni ci vedono come bancomat, noi ci vedremo come architetti di un'Italia nuova, transnazionale e solidale. L’Italia dovrà prima o poi confrontarsi con il suo passato di espulsioni e barche di fortuna. Nel frattempo, noi continuiamo a camminare a testa alta, tra Salvador e Roma, sapendo chi siamo, anche se loro preferiscono dimenticarlo.

venerdì 10 aprile 2026

The Warning That Went Unheard: A Food Poisoning Case That Foreshadowed a Brand’s Exit

In June 2004, in Rio de Janeiro, what seemed like an isolated consumer incident quietly unfolded into a story that, in retrospect, reads like an early warning signal of deeper structural issues. 

A financial journalist, traveling through Brazil at the time, purchased a 400g package of “Frescarini Cappelletti Carne” from a 24-hour Pão de Açúcar supermarket. 
The product, with an expiry date of July 30, 2004, appeared perfectly compliant and was sold at a premium price—suggesting quality and reliability. 

The reality proved very different. 

After consuming the product with his partner, both were struck within hours by a severe case of food poisoning. The symptoms escalated rapidly, forcing an emergency visit to a public hospital. The incident was formally recorded by Brazil’s public healthcare system, confirming a suspected alimentary intoxication on the very same day of consumption. But the physical impact was only part of the story.
In the immediate aftermath, attempts were made to contact the Brazilian operations behind the brand—Frescarini, owned at the time by General Mills Brazil Ltda.

What followed was a sequence of dead ends: no dedicated website, non-functioning customer support lines, and an almost paradoxical answering system that made communication effectively impossible. Even the contact route through Forno de Minas, linked to the group, failed to provide any real assistance. It was not just a product failure—it was a systemic silence. Faced with this lack of response, the consumer took independent action. 

The remaining portion of the product was sent to a laboratory for analysis, with the intention of verifying whether the meat filling was spoiled and unfit for consumption. At the same time, the possibility of escalating the case to Brazilian health authorities—and even pursuing international legal avenues—was seriously considered. Yet, like many similar cases, the story stopped short of formal litigation. No lawsuit followed. No public recall was triggered. The episode remained, officially, just an isolated complaint. And that is precisely what makes it significant today.

Looking back, this June 2004 incident stands as a textbook example of a “weak signal”—a small, localized event that hints at broader operational or organizational weaknesses. The difficulty in reaching corporate representatives, the apparent gaps in local infrastructure, and the lack of crisis response all point to a fragile presence in the Brazilian market. 

Five years later, in 2009, the Frescarini brand was withdrawn from Brazil as part of a broader restructuring by its multinational parent company. Production had already been shifted, operations scaled down, and the local footprint reduced. What seemed like a sudden strategic decision may, in reality, have been the culmination of issues that had been surfacing—quietly—for years.

 From a journalistic perspective, the lesson is clear. 

Major industrial and commercial shifts are rarely sudden. They are often preceded by small, overlooked events—consumer complaints, service breakdowns, minor quality issues—that, taken individually, seem insignificant. But when connected, they form a pattern. But there is a second lesson—equally important, and far more empowering. 

Consumers are not passive actors in this system. Even when facing large multinational corporations, they hold a form of power that is often underestimated: the power to document, to report, to escalate, and to make noise when something goes wrong. 

Cases like this show that individuals should not feel intimidated or discouraged by the size or influence of global brands. 

On the contrary, it is precisely through persistence—through complaints, evidence, and, when necessary, legal action—that accountability begins to take shape. 

In a globalized economy, where production chains are complex and corporate structures distant, vigilance starts at the individual level. A single complaint, properly pursued, can trigger scrutiny, regulatory attention, and even reputational consequences. In this case, a single package of cappelletti, consumed on a June evening in Rio, may have been more than just a bad meal. It may have been an early glimpse into a system already under strain. 

And a reminder that consumers, when they choose to act, are far more powerful than they think.

martedì 31 marzo 2026

Italia un paese che sta morendo perché non vuole cambiare

Zenica 31 marzo 2026. Dopo una partita infinita si va ai penalties. L’Italia, sbaglia due penalties la Bosnia no. L’Italia è fuori dai Mondiali di calcio. Per la terza volta consecutiva. Shock mondiale. Di nuovo. Si parlerà di errori arbitrali. Di torti subiti. La verità è diversa. Abbiamo meritato di uscire. Loro hanno messo il cuore noi no. Abbiamo avuto occasioni enormi e non l’abbiamo sfruttate. Eravamo nettamente superiori. Ma avevamo paura. Una paura antica.

La vera ragione della sconfitta è la nostra mentalità. Una mentalità del passato. Specchio di un approccio vecchio. Di un paese vecchio. Un paese che sta morendo perché non vuole cambiare.

Siamo nel 2026 ma la mentalità è sempre la stessa. La mentalità del passato. Non solo nel calcio purtroppo. Ma in tutte le branche del vivere sociale. Persino i giovani hanno la mentalità dei vecchi. Gli altri paesi sono cambiati noi no.
E’ vero abbiamo la tecnologia come gli altri. Abbiamo gli stessi strumenti degli altri popoli. Ma li usiamo con la mentalità antica. In politica in economia, persino nella scuola nella società ci comportiamo alla maniera del passato.
Pensiamo sempre di sapercela cavare con il nostro modo di fare involuto, fare tutto senza cambiare niente.


Nel campo dell’intelligenza artificiale fino a poco tempo fa era stato nominato come responsabile un quasi novantenne. Mente brillantissima Giuliano Amato. Ma vecchio. Vecchissimo. Stesso dicasi nel campo dell’economia dove le nomine pubbliche riflettono atteggiamenti antichi. E lo stesso è nel privato.

Ci sono valide eccezioni come alcune società innovative e banche come Unicredit, incredibilmente dinamiche. E nello sport abbiamo gente come Sinner e Antonelli. E i team del volley maschile e femminile. Ma è qui la differenza.

Si tratta di italiani con mentalità aperta, dinamica. E dell’Italia multiculturale. Le parte sane della società. Che non hanno la mentalità chiusa del passato. E’ per questo che vincono e hanno successo.

L’Italia era un popolo di navigatori, di poeti, di artisti. Gente che innovava, che non aveva paura di provare cose nuove. Il Rinascimento è nato in Italia. Le più grandi menti geniali sono nate qui. La sperimentazione culinaria era italiana. Tutti venivano in Italia per imparare. Nel mondo della musica, delle arti della cultura.
E noi eravamo un popolo che girava il mondo. Marco Polo viaggiò verso la Cina. E poi Vespucci, Cristoforo Colombo e molti altri. Senza parlare di Leonardo da Vinci, forse il più grande genio della storia. E Dante Alighieri autore della Divina Commedia.
L’Italia e gli italiani erano al centro del mondo. Perché non parlava e pensava al passato. Ma perché innovavano. Oggigiorno sarebbe il contrario tutti questi grandi italiani non troverebbero spazio. Soffocati dalla mentalità del passato.

L’Italia è un paese che invecchia sempre di più E che tra cambiare e morire ha deciso di morire.
La speranza è nelle nuove generazioni. Nell’Italia multirazziale. E soprattutto nel ritorno alla vera natura italica. Quella di osare, di sperimentare, fare cose nuove.
In passato si diceva: Non cambiare la strada vecchia per quella nuova. Purtroppo si dice ancora.

Se vogliamo essere di nuovo grandi e non solo nel calcio, buttiamo via questo modo di fare del passato. Vecchio, che puzza di muffa. Torniamo ad essere un popolo di navigatori, di gente che osa.
Il mare della vita è avventura, creatività. E’ osare. E nessuno è meglio degli italiani in questo.
Ma solo se la smettiamo di pensare e di agire come nel passato.

Il mondo è andato avanti ma noi siamo fermi da troppo tempo.
E’ ora di ripartire. E di ritornare quello che siamo veramente. Un popolo ricco, vario, generoso e che osa. Non un popolo vecchio involuto e che puzza di muffa.