martedì 9 gennaio 2024

Successo o surcesso?

“Papà cos’è il successo?” mi chiede il mio figlioletto.

“Bella domanda” rispondo io. Mi fermo e ci penso. E dico:

“E’ difficile trovare una definizione. Cercherò di spiegarti la cosa con un esempio.

C’erano due uomini che mangiavano a due tavole separate di una stessa locanda.

Entrambi le tavole erano circondate dai loro familiari, dai loro parenti, dai loro conoscenti, amici e gente comune.

Il primo non aveva tanti soldi. La sua vita l’aveva condotta senza grandi sbalzi in avanti. Ora era li’ al tavolo a mangiare il meritato cibo. Ma quella folla attorno al suo tavolo lo guardava. Non chiedeva niente ma aveva fame. E lui, senza pensarci due volte aveva invitato prima i suoi familiari, poi i suoi parenti, i suoi amici e poi gli altri a dividere il poco cibo con lui.

Gli sguardi che i bambini in particolare gli lanciavano erano stati sufficienti. Sguardi innocenti che si erano scambiati con i suoi figli, fratelli, amici.

E’ vero, lui non aveva molto, ma aveva piacere a dare quello che aveva. Meglio poco che niente pensava mentre mangiava.

Alla fine del pranzo era andato a riposare con la pancia un po’ piena un po’ vuota.

Al secondo tavolo c’era la stessa scena. Il secondo tipo era circondato da amici, parenti, conoscenti, gente comune. Ma questa tavola era molto imbandita di varie cibarie. Il secondo tipo era ricco e la sua tavola era piena di ogni ben di Dio.

Gli occhi supplichevoli della piccola folla che lo circondava si incrociavano con i suoi. Ma lui mangiava senza ritegno, si ingozzava, ruttava. Di tanto in tanto lanciava qualche cosciotto alla folla che si accapigliava per prenderlo. Ma cio’ non faceva che aumentare la fame della folla.

Andate a lavorare, pensava il secondo tipo. Anch’io ho cominciato come voi, ho sofferto la fame, il freddo. Ma ho lavorato duro, ho guadagnato bene e ora sono qui a mangiare il frutto del mio lavoro. Voi che non ci siete riusciti è per colpa vostra. E quindi meritate la vostra situazione. Non rompete e andate via, così pensava il secondo tipo.

Dopo essersi abbuffato era andato nella sua sala principesca a riposarsi. Riposava placidamente russando di gusto. Era soddisfatto. Aveva raggiunto i suoi obiettivi.

Nel frattempo il primo tipo dormiva di un sonno leggero. E così dormendo era passato in cielo. La notizia si sparse e molti piansero. Ma soprattutto molti lo ricordarono nei giorni e negli anni a venire. Non perché aveva fatto niente di speciale nella vita. Ma perché aveva lasciato qualcosa nel cuore delle persone che lo avevano conosciuto. Qualcosa di speciale. Non soldi, né proprietà. Qualcosa di umano difficile da definire. Qualcosa che ti entra dentro e rimane con te per sempre.

Nel frattempo il secondo tipo si era svegliato. E come sempre dopo pranzo era andato in bagno a defecare. Si era seduto sulla tavola e aveva cominciato con piacere.

E piu’ defecava piu’ era soddisfatto. Aveva fatto tutto quello che voleva nella vita. Chi era meglio di lui? Finito il suo bisogno primario successe qualcosa. Improvvisamente qualcuno aveva tirato lo sciacquone. E tutto il suo bisogno scivolava via nel water. Ma mentre scivolavano via gli ultimi pezzettini, il secondo tipo sentì che qualcosa lo tirava giù nello sciacquone anche a lui. Non riusciva a capire cosa era. Ma la forza lo tirava sempre di più. E le forze lo abbandonavano. Ad un tratto cominciò a capire che qualcosa non andava. Peggio, che la sua vita stava finendo e scivolando giù nel vortice dell’acqua, giù nello sciacquone.

E in questo momento il secondo tipo capì che il suo tempo stava finendo.

In quel preciso momento, puoi essere un vanitoso, un egoista, un ladro, un baro, un assassino, un disonesto, uno che mente a tutti e persino a te stesso, ma in quell’ultimo istante, una domanda ti viene alla mente e ti fa tremare tutto:

“Ma che ho fatto io della mia vita? Cosa rimarrà di me?” Ma in quel momento l’intensità dell’acqua è fortissima e trascina con sé il malcapitato nello sciacquone. Lo ingoia senza pietà.

E dopo un borboglio l’acqua ritorna normale. Tutto ritorna uguale a prima. Del secondo tipo non c’è alcuna traccia. Scomparso, come non fosse mai esistito.

Si, forse qualcuno per dividersi i suoi beni gli intitolerà una strada, una piazza o qualcosa del genere.

Ma quando i bimbi andranno a giocare nella piazza a suo nome e chiederanno al padre chi era costui, il padre risponderà: non so qualcuno di importante, continua a giocare.

Ecco per me il primo tipo ha avuto il successo. Il secondo tipo ha avuto il surcesso.

lunedì 8 gennaio 2024

La strada

“Caro Max la vita è così ci sono gli alti e bassi. A volte va bene altre volte va male. L’importante è che continui per la tua strada, se è questo che hai deciso.

Poi quel che sarà sarà”.

Chi mi siede davanti è una persona navigata nella vita, Marco, un amico. .

E lui mi dice: “non è vero che sappiamo tutto, anche se invecchiamo. Le cose cambiano. E anche noi dobbiamo cambiare. Ma se la tua strada è quella è inutile illudersi. Se hai deciso di prendere quella strada, non fermarti, anche se le difficoltà sono sempre maggiori. Ormai quella strada è il tuo destino e, come mi diceva il mio vecchio professore di liceo, è inutile lottare contro il destino.

E’ come camminare quando inizia a piovere. Ad un certo punto la pioggia aumenta, tu hai un piccolo ombrello e ti fermi al riparo perché la pioggia diventa sempre piu’ fitta, sempre piu’ pesante.

Ma quando ti fermi c’è un tale che al cellulare cominciare a strillare alla sua amica che questo non va bene, che deve fare altre cose, e bla bla bla.

A questo punto ti rendi conto che se ti fermi sei perduto. Sei al riparo, non ti bagni, ma devi sopportare tutte le banalità di quel tipo .

Quel tipo è la vita banale che ti sta davanti. Che vuoi evitare ma non puoi .

L’unica cosa che ti rimane è camminare nel diluvio. Affrontare la tua strada. Piuttosto che rimanere indietro con la banalità della vita.

Ma quando cammini il diluvio diventa enorme. Nonostante il piccolo ombrello ti bagni sempre di piu’. Le scarpe cominciano ad imbarcare acqua. Non sei tanto lontano dal primo rifugio del tipo banale. Puoi tornare indietro .

Ma vale la pena? No, Max, non vale. Vai per la tua strada, anche se questo comporta affrontare il diluvio. E’ sempre meglio affrontare il proprio destino che tentare di sfuggirgli. Lo so, è dura ma chi l’ha detto che la vita è facile?

E’ meglio andare per la propria strada.

E cosi’ vai solo, sotto la pioggia, con un piccolo ombrello che non ti ripara dalla tempesta. Le scarpe sono sempre piu’ piene d’acqua. Sei solo. La strada è vuota e nessuno ti può aiutare.

Quello che fai lo sai solo tu. Ed ecco che succede qualcosa.

Non senti piu’ la pioggia. Non senti piu’ la tempesta. E questa si riduce di intensità.

Buffo no? Proprio quando hai accettato di continuare ad affrontare la tempesta questa sembra aver capito le tue intenzioni. Sembra di sapere che non rinuncerai. E per questo si riduce sempre di piu’.

Ma continua. E tu continui con essa. E a questo punto sei quasi arrivato alla tua destinazione. C’è un rigurgito di tempesta, quasi a volerti fermare di nuovo.

Ma ormai non ti fermi piu’. Sei arrivato a destinazione.

E sai che? .

Ti rendi conto che non è importante se il risultato è buono o cattivo. L’importante è che sei andato per la tua strada. Hai fatto quello che dovevi fare.

Poi il resto è nelle mani di Dio”.

mercoledì 3 gennaio 2024

Le pareti urlanti del manicomio di Maggiano

“Nel periodo di massima capienza c’erano 1800 persone. Era una comunità.” Mi spiega gentilmente la guida.

Siamo a Maggiano vicino Lucca. Avevo concordato con il direttore di visitare l’ex manicomio di Maggiano ma ho dovuto rimandare molte volte per lavoro. .

Oggi finalmente sono potuto venire. E finalmente ho visitato l’ex manicomio. Una visita lampo, 15 minuti. Ma sono bastati per vedere le cose importanti dell’ex manicomio. .

Bisogna dire che si trova in condizioni molto fatiscenti. L’amministrazione comunale dovrebbe supportare il restauro. Ma tant’è. Siamo in Italia e come si sa la valorizzazione della nostra storia non è il pezzo forte, specie se si tratta di veri e propri monumenti dimenticati. .

Ma non dovrebbe essere così specie a Maggiano. Dopo aver visitato l’ex manicomio ho avuto una forte magone. Una cosa simile, anche se molto maggiore, l’ho avuta quando ho visitato Auschwitz in Polonia. .

Maggiano è però diversa. In prima luogo ci si arriva da Lucca in maniera quasi anonima tramite una strada tortuosa. Si trattava di una strada di campagna che nel fine 700 portava ad un antico monastero. Poi questi fu convertito nell’ “ospedale dei pazzi”. .

Un ospedale per tutta la regione che da Lucca arrivava fino a Massa. .

Chiudo gli occhi e vedo la triste scena. .

Il contadino, ma anche il nobile, arrivava al posto quasi sconosciuto nel mezzo delle campagne lucchesi. Una strada secondaria lo portava in cima all’antico monastero. Qui consegnava il “pazzo” alle suore che gestivano l’ospedale. Un rapido abbraccio e via. Abbandonato o abbandonata per sempre lì. Libero dalla sua presenza ingombrante che aveva sempre causato imbarazzo. .

Ora era finita. Ma cominciava per lui o per lei una nuova vita. Una vita fatta di sottomissione totale alle suore che gestivano il posto con mano di ferro. .

Inutile farsi illusione nell’Ottocento i pazzi non avevano diritti. Si poteva fare di loro quel che si voleva. Bagni di acqua caldissima e freddissima per farli “rinsavire”. E con il tempo la voce si spargeva. Una comunità vera e propria, un paese cresceva. I pazzi dovevano lavorare per sostentarsi. .

Chissà quali privazioni, quali sottomissioni dovevano subire. E li’ vivevano lontano dagli occhi di tutti. .

Poi con il Novecento le cose si evolverono. Gli shock elettrici vennero usati. E poi si usò un trattamento piu’ umano. Tobino prese in mano l’ospedale e le cose migliorarono. .

Ma nonostante la legge aboli’ gli ospedali psichiatrici nel 1978, i pazzi non avevano dove andare e rimasero lì fino al 1999. 21 anni. Troppi. Ma questa è la realtà. .

Che dire? A Maggiano c’è poco da vedere. Ma bisogna andare. Per non dimenticare. .

Perché? .

Perché le pareti originali sembrano avere incorporato le sofferenze dei poveri malati di mente che per oltre 200 anni sono stati lì. .

Le pareti sembrano urlare. Urla di dolore, di incomprensione, di sofferenze. .

Le pareti spoglie, dure, sembrano aver assorbito tutti i mali che sono stati commessi nell’ospedale di Maggiano. .

Non mentono, non raccontano storie “buone” di miglioramenti che non ci sono mai stati stati. .

Dicono solo la verità. .

“Qui dentro chi è stato lasciato, chi è stato portato, chi è stato abbandonato, è ancora qui. Non credete di esservi liberati di lui o di lei. .

Il vostro egoismo non li ha annientati. Le loro anime vagano ancora qui mentre voi che li avete portati siete morti. .

L’unica maniera di lasciar andare queste anime abbandonate è di venire a vedere le loro sofferenze. Solo così queste persone avranno la riabilitazione che meritano e potranno finalmente andare in pace”.